30 marzo 2009

due mani per ascoltare

Quali sono state gli incontri più importanti della vita, quelli che davvero mi hanno segnato? Frugo nei pensieri. Voci, parole, spezzoni di frasi - alcune sì, me le porto ancora addosso. Ricordo cose di quando avevo tre, quattro anni appena, e ne sono sempre stata orgogliosa. Tuttavia, non mi sembra abbastanza. A ben guardare, tra le parole che si son fissate nella memoria ci sono tante sciocchezze, tante cose insensate che a distanza di anni non riesco più a collocare. Sconforto totale. Davvero, ero convinta di ricordarne molte di più, soprattutto molto più significative.

Però, insomma, i ricordi non sono fatti solo di parole. Buon segno: non voglio che le persone mi restino nel cuore solo per quello che dicono. Ho ricordi di odori, di sapori, di sensazioni. A pensarci bene, le persone il cui ricordo è più forte non sono quelle che mi hanno parlato, bensì quelle che mi hanno toccato, o che io ho toccato. Nel senso più semplice, fisico, banale del termine. Ho il ricordo dei corpi, degli abbracci, delle mani. Mani diafane che mi hanno accolto in vita, mani ruvide che hanno giocato con me, mani colorate, mani rigide insegnanti, mani chirurgiche, mani violente, mani innamorate, mani educate, mani danzanti, mani sudate, mani confidenti, mani sciamaniche, mani clown, mani teatrali, mani.

Il contatto con l'Altro è un tema che ho avuto modo di affrontare con il lavoro al Teatro Nucleo e in vari seminari teatrali, ma il più impegnativo, il più intenso finora è stato quello con Cristobal Jodorowsky (nella foto, scattata a Rimini la scorsa settimana) e Alejandro Jodorowsky, due persone decisamente fuori dagli schemi. Nel sentire comune, abbracci e carezze sono per i bambini, ma non oltre una certa età. E per gli amanti, ovviamente, ma solo fino a una certa età... Per il resto, le regole del vivere sociale impongono limiti abbastanza precisi sul quanto e come avvicinarsi all'Altro: pacche sulle spalle e fugaci abbracci con parenti ed amici; formali strette di mano con colleghi e fornitori di servizi; freddi contatti medici se la salute lo impone. Per il resto, vuoto. Solitudine. Percepisco la mia, e quella altrui talvolta. Avvicinarsi all'altro è un rischio? Eppure provo infinita gratitudine verso chi mi ha regalato lunghi abbracci d'affetto o chi ha accolto le mie lacrime, un segno di generosità, una forma di ricchezza che un tempo nemmeno consideravo, e che ora sto cercando d'imparare a donare.

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