27 febbraio 2011

la guerra è finita, andate in pace


                                    foto Norda Brilo
"Noi siamo l'unica ragione dell'esistenza dei nostri antenati."

Chissà dove l'ha letta poi, mio padre, questa citazione. Qualunque sia la fonte, non potrebbe essere arrivata in un momento migliore, visto che in questo periodo mi sto interessando alla genealogia della mia famiglia e mi sento assetata di storie passate.

Ve ne sono due però che mi tolgono il sonno, due episodi di guerra che riguardano la vita di mio nonno materno e mio nonno paterno.
Per l'assurdità del caso, il destino delle loro vite fu legato a due sacerdoti, seppur in maniera diversissima.

Mio nonno materno, Mario, venne catturato dagli Alleati in un anno e un luogo imprecisato. E lui, falegname del basso polesine catapultato in prima linea, si ritrovò in un campo di prigionia in America.
Durissime le condizioni di vita; molti, troppi non sopravvivevano.
Anzi, sparivano anche i prigionieri malati.
La ragione la scoprì mio nonno.
Era il cappellano militare ad occuparsene personalmente.
Dopo aver portato il sacramento dell'estrema unzione ai prigionieri non più in grado di lavorare, riponeva i vangeli e prendeva una pistola.
Puntava alla testa. E sparava.
Mio nonno, poco più che ventenne, mai si fece vedere debole o stanco. Finita la guerra tornò a casa,con addosso il terrore e l'odio verso le persone di chiesa.

In quegli stessi anni un ragazzo della provincia di Padova, di nome Mario anch'egli, venne travolto dalla guerra.
In seguito a un'azione dei partigiani, un comando tedesco organizza una rappresaglia: raduna gli uomini del paese, e si prepara a fucilarli.
Tra questi v'era appunto Mario, mio nonno paterno, insieme a suo padre e suo zio.
Stavano per morire tutti. Ed ecco che arriva il prete, di corsa, viene a negoziare col comandante per la vita dei suoi compaesani.
"Gli uomini sono tanti, e forti. Possono ricostruire il ponte che è caduto sotto le bombe, di certo a voi farebbe comodo".
Il comandante ci pensa, accetta. Due settimane, non un giorno di più.
Due settimane di lavoro, il ponte è ricostruito. E gli uomini hanno salva la vita.

La guerra è finita, cari nonni. Grazie, e riposate in pace.

2 commenti:

joy ha detto...

fa venire i brividi questa storia! a volte il destino si snoda attraverso il tempo e lo spazio e le cose e le persone in maniera davvero folle...

Aurora ha detto...

Chissà se è poi così folle, il destino. M'è capitato di sentire anche degli incroci ben più incredibili dei miei... Mi fa venire in mente che dovrei prendere il libro "La sindrome degli antenati". L'hai letto, joy? :-)