6 marzo 2010

fiori e altri talismani


                                             Po di notte
Stamattina mi sono svegliata male, malissimo, dopo sogni contorti di maree scure e palloncini colorati. Palloncini, sì, come in questa poesia della Merini:

Mancava un palloncino nella mia vita / da appendere sui muri / da tenere come un gioco di carta / mancava un palloncino / che mi scoppiasse tra i denti / mancava l'onda di un vecchio mare perduto / mancava l'ombra, la sconclusione / il vile ricatto della vita. / Poi sei venuto tu, che eri un amore / e mi hai lasciata sola.
Alda Merini, Superba è la notte, Einaudi, 2000

Dev’essere stato per ieri sera, credo. Dopo il disastro successo sul Lambro (qui un bel resoconto dell’accaduto, a futura memoria), m’è venuta voglia di fare una camminata fino al Po.
Era il crepuscolo, nessuno sull’argine. Sono scesa in riva, sul pontile decrepito, tra sedie di plastica scolorite, baracche cadenti e barche abbandonate.
Una quantità di detriti galleggiava sul fiume - tronchi d’albero, cassette di polistirolo, sacchi di plastica - e scivolava via con la corrente. Non mi riusciva proprio di staccare gli occhi da quella misera processione. Poi, quando il sole è calato, s’è alzata la voce del fiume. Un sussurro appena, un invito a lasciarsi andare nell’abbraccio scuro delle acque, per farsi portare fino al mare. Suadente, come una promessa di calore. S’avvicina un cane, mi abbaia contro.
Sobbalzo, mi sveglio da quella trance liquida. Ci guardiamo, il randagio ed io, poi il piccoletto saltella via sulle sue tre zampe.

No, non m’imbrogli vecchio fiume.

Questa non è la voce tua, ma il richiamo mortifero degli idrocarburi lombardi - o del dicloruro di etilene, a scelta. Lo spirito del grande fiume dev’essersi nascosto da qualche altra parte, terrorizzato dall’umana stupidità.
Sono le otto passate, buio pesto, mi tuffo nell’unico supermercato ancora aperto. Dopo tanta oscurità e tanto silenzio, mi stordiscono le musiche stridule dagli altoparlanti, i colori sparati delle pubblicità, le voci della gente. Prendo quattro mele, un chilo d’arance, il sapone alla lavanda e mi avvicino svelta alla cassa, schivando promoter sorridenti che distribuiscono palloncini e merendine di plastica ai bambini.
Ah! I palloncini del sogno, appunto. Ecco da dove saltano fuori.
Dicevo, stamattina ero d’umor nero. Eppure, non ho fatto in tempo a scender dal letto che m’ha investito un profumo dolce, portatore di ricordi zuccherini di feste primaverili coi nonni, di prati su cui correre, e di vestiti leggeri per sentire meglio il vento.
Dieci passi e sono in cucina, e capisco: nella notte sono fioriti i bulbi di giacinti che ho comprato al mercato. Son tutti azzurri, proprio come quelli che piantava mia nonna, e han profumato i quaranta metri quadri in cui vivo come una serra. Una serra per piante bibliofile, si direbbe, vista la quantità di libri sparsi ovunque. Pejrone, autore del poetico La pazienza del giardiniere (Einaudi, 2009) giudicherebbe la mia predilezione per le piante fiorite decisamente kitsch.
Ma, insomma, chisseneimporta. Metterò in pratica i suoi consigli quando avrò un giardino degno di questo nome. Per adesso mi godo il mio angolo barocco, e sorrido di gioia a quel piccolo miracolo che è vedere un fiore sbocciare.

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